26 giugno:
Il suono acuto dell'orologio mi strattona dal mio dormiveglia. Un suono
fastidioso che si insinua tra le pieghe del mio cervello ancora in stand by.
Sono le ore 3.30 ed è ora di alzarsi. La colazione la consumiamo in silenzio,
intontiti dal sonno. Il vociare nella sala è di quelli concitati, tutti hanno
qualche cosa da fare: riempire zaini, allacciare ramponi, spalmare marmellata
sul pane secco.
La pancia di Mirko sembra non avere fondo, ci butta di tutto tra lo stupore mio
e di Orietta.
Le quattro del mattino ci vedono in marcia, in una luce incerta di una luna che
va scomparendo. Un tratto di morena ci obbliga a portare gli sci in spalla, ma
appena il “bianco” si materializza sotto i nostri scarponi, gli sci entrano in
gioco.
Proseguiamo veloci lungo questo immenso pianoro con Franco che fa l'andatura.
All'orizzonte una linea di puntini luminosi si inerpica già lungo il ripido
pendio che porta verso la cima. Sono gli alpinisti che ci precedono, partiti
dal rifugio Cezanne, seicento metri più in alto del nostro.
Il pianoro lascia spazio ad un ripido scivolo di neve ghiacciata, mentre il
giorno si fa strada prepotentemente. E'ora di far entrare in azione i ramponi.
La traccia è fonda, scavata nella neve molle delle ore più calde. Superiamo
agevolmente gli altri alpinisti, ora l'orizzonte è libero, solo un disegno di
impronte si inerpica verso la cima.
Tocchiamo per primo il Dom de Neige (4015m) dove lasciamo gli sci. Non ci resta
che salire la ripida parete che conduce alla cima principale. Sono le ore 7.50
quando finalmente tocchiamo la cima delle Barre des Ecrins (4101m).
Gli sci raspano su questa neve ancora troppo dura, si lamentano del loro
graffiare sul ghiaccio ma il loro dovere lo fanno bene ed in 50 minuti siamo di
nuovo al rifugio, in tempo per il secondo turno di colazione.
Le bici fanno bella mostra di se, tutte nere, ben allineate sul fianco della
jeep.
L'una, è ora di rientrare in Italia. I chilometri scorrono veloci lungo le
curve che portano verso Argentiere. Mirko tira l'andatura verso Briancon col
vento contro che dà non poco fastidio. Il Monginevro si avvicina coi suoi
tornanti infuocati e l'acido lattico che si fa sentire. Mirko e Franco
ingaggiano un duello con altri ciclisti mentre io preferisco salire con la mia
andatura, il Bernina è ancora troppo lontano.
Le prime gocce di pioggia ci colgono alle porte di Susa. Non importa, per oggi
può bastare.
27 giugno:
Oggi niente levataccia, si parte con calma. Il programma originario è saltato
per via del Moncenisio chiuso per frana. Simo così costretti a ripiegare su un
percorso alternativo, a noi del tutto sconosciuto. Ci affidiamo ad una cartina
stradale e che Dio ce la mandi buona.
Percorriamo la val di Susa con un buon ritmo, la strada è tutta pianeggiante e
con poco traffico. Orietta ci precede con la macchina, il prossimo incontro
sarà Alpignano, alla porte di Torino.
Il ristoro è presso una pasticceria niente male. Le signorine che ci lavorano
sono molto carine e la padrona di casa si fa in quattro per trovarci le
indicazioni utili per proseguire. Sconsigliate le statali, per via del
traffico, ci infiliamo nelle stradine che lambiscono le montagne. Ciclisti che
incontriamo lungo il nostro percorso cambiano i loro programmi accompagnandoci
per lunghi tratti di strada, evitandoci così giri a vuoto. Imbocchiamo a
Courgne, finalmente, la valle dell'Orco, aspra valle ai piedi del Gran
Paradiso. Locarna è per oggi la nostra meta. Un simpatico Bad & Breakfast
accoglie il nostro fondoschiena dolorante.
28 giugno:
Oggi è una tappa di montagna, di quelle vere, di quelle che ti riempiono le
gambe e le orecchie di acido lattico. 2200m di dislivello in poco meno di 40
km. I tornanti si susseguono, uno dietro l'altro, mentre la strada sale ed i
chilometri non vanno avanti.
L'aria è fresca e Mirko è sempre in fuga col suo abbigliamento modello
spiaggia. I polpacci di Franco brillano come due catarifrangenti, ustionati da
un sole implacabile e dalla crema rimasta nel cassetto. Un buon piatto di
polenta “concia” al rifugio Chiasso e due chiacchiere col simpatico e
filosofico gestore ci aiutano a smaltire la fatica.
Le bici rimontano sulla Tata prendendo la via di Pont Valsavaranche ripassando
per Ivrea, mentre noi ci incamminiamo a piedi lungo una mulattiera. Una ora e
venti e siamo a Pont.
29 giugno:
E' l'ora del Gran Paradiso (4061m). Ore quattro del mattino ci ritroviamo nel
piazzale. La compagnia è aumentata, ora oltre ad Orietta ci sono Marcello e
Sabrina.
Le "zete", che il sentiero disegna lungo i fianchi della montagna, scorrono
veloci. I frontalini fendono la notte mentre ognuno di noi è assorto nei suoi
pensieri. Il giorno ci sorprende in prossimità del rifugio Vittorio Emanuele II
(2732m) oramai vuoto. Tutte le sue voci sono già in marcia per la cima. La neve
è distante una mezz'ora dal rifugio e così, i nostri sci se ne stanno buoni,
buoni, stretti da cinghie robuste agli zaini. Il serpente colorato, che si
staglia all'orizzonte, forma quasi una linea interminabile. Sono tantissime le
persone che stanno migrando verso l'alto, spinte in su da un sogno e da una
giornata bellissima.
La cresta finale è un attimino congestionata, per fortuna il grosso del
traffico deve ancora arrivare, lasciato indietro con una tecnica di sorpasso
raffinata.
Le foto di rito e le riprese per il nostro film ci prendono un pò di tempo, ma
le ali sotto i piedi ce le danno i nostri sci. Quattro curve fatte come si deve
ed il rifugio già si avvicina a vista d'occhio.
Un buon pasto al ristorante del parcheggio e poi via. Una picchiata fino a
St.Pierre, col contachilometri della bici che segna 50km/h. Con Mirko ci
divertiamo a tirare i tornanti a tutta, mentre Franco, più prudente, preferisce
una discesa più tranquilla.
E' come un pugno in piena fronte, quel muro di vento che ci si para dinanzi
appena toccato valle. Ti lavora contro, ogni tanto ai fianchi e le gambe
gridano vendetta. Mirko, come sempre, si prende l'onere di tirare. Non mollo la
ruota neanche a morire, mentre Franco, meno avvezzo al viaggiare in gruppo, se
ne sta un pò staccato.
Solo tre chilometri ci separano da Chatillon e da un buon pasto, quando Franco
tampona Mirko ed il volo è assicurato. Gli salto sopra rimanendo
miracolosamente in piedi mentre la macchina che ci segue si ferma a pochi
metri. L'asfalto ha lasciato i denti su braccia e gambe, risparmiando la testa.
30 giugno:
La strada che porta a Cervinia è tutto sommato comoda. Ripida si, ma non
troppo. Mi gusto questo salire, osservo con altri occhi il panorama che mi
circonda. Non c'è la frenesia della macchina, è un salire lento, d'altri tempi,
quando l'orologio era un lusso.
Due parole con la gentile signorina addetta ai ticket ed i nostri zaini
prendono miracolosamente la via di salita fino a Plan Maison solo 500m ma è pur
sempre un regalo per le nostre spalle.
Arriviamo all'arrivo della funivia che è gia mezzogiorno. Il profumino che esce
dal ristorante è quanto di meglio il nostro stomaco possa sentire, ma i
nuvoloni neri che si addensano attorno al Cervino, ci consigliano un buon passo
verso rifugio Guide del Cervino.
1 luglio:
La solita levataccia, il gestore ha preferito preparare la colazione la sera
prima, così, almeno lui può dormire. L'aria è frizzante ed il piumino non
puzza. Gli sci avanzano muti lungo le strisce lasciate dai “gatti”. La notte è
laggiù, confinata nel fondovalle, mentre le cime incominciano ad illuminarsi
del giorno che avanza. I Breithorn sono la meta di oggi. Saliamo alla forcella
che separa il centrale dall'occidentale. Riusciamo a raggiungerli entrambi con
gli sci ai piedi ed una magnifica sciata in neve fresca ci riporta ai nostri
zaini, lasciati ai piedi della parete. Il Breithorn est, il Zwilling e la
Roccia Nera sono più ostici. Ci trasciniamo sulla schiena gli sci per la
discesa, mentre il passo affonda fino alle ginocchia. La neve non porta mentre
ci spostiamo da una cima all'altra. La nebbia ci coglie mentre inforchiamo gli
sci e non ci rimane che scendere alla cieca confusi in un mare bianco ed opaco.
La traccia che incrociamo ci conforta, sicuramente porterà al Polluce o al
Castore.
Una decina di bastoncini di neve piantati a metà, ci rammenta che il Polluce è
alquanto affollato. Le catene che salgono la fascia rocciosa brulicano di
giapponesi. Da buoni trentini chiediamo permesso e “passiamo sopra”. La
Madonnina se ne sta tranquilla, con lo sguardo assorto, mentre le passiamo
accanto diretti alla cresta finale.
Il Castore me lo ricordavo più ripido ed invece in un battibaleno siamo in
cima, lungo l'affilata cresta. La nostra sciata verso il rifugio Quintino
Sella, lascia molta invidia dietro di sè. La nostra leggerezza non passa
inosservata tra le fila di chi scende sotto il sole affondando fino alla vita.
2 luglio:
Le strategie ogni tanto si cannano, sulla carta filano lisce, ma alla prova dei
fatti si allungano.
Lo zaino pesa, cinque-sei giorni lontano dal punto d'appoggio, comporta un bel
po' di roba da tirarsi dietro e così ogni volta cerchiamo di salire le montagne
lasciando lo zaino ai piedi. L'idea è quella di salire al Naso per poi passare
al Colle del Lys . Lasciare il bagaglio e salire i Lyskamm vuoti invece di fare
la traversata carichi.
Partenza solita ora, le quattro. Il Naso è più lontano di quello che sembra e
la sua parete bella ripida. Si scende ancora per poi risalire al Colle del Lys.
La traccia fino al Lyskamm est è fatta, oltre dobbiamo tracciarla noi. La
cresta fino al Lyskamm ovest è più lunga di quello che mi ricordavo. Le ore
passano ma il cielo rimane di un blu intenso, non c'è una sola nuvola a
disturbare od impensierire. Viaggiamo slegati, la tanta neve semplifica la
cresta. Il ritorno agli zaini è più semplice, complice la traccia fatta.
Un panino ed un sorso d'acqua e poi via, una lunga diagonale ci porta alle
pendici della Piramide Vincent. Quattro zeta e siamo in cima.
La punta Giordani fa bella mostra di sè, col suo piccolo affioramento roccioso
che non dice assolutamente nulla. Duecento metri più in basso è il guaio. Un
canale di neve marcia è la via più veloce per raggiungerla. Ci abbassiamo
rapidi, sempre col naso all'insù per via dei sassi pericolanti.
La neve non è delle più belle ma la sciata fino al rifugio Gnifetti è comunque
di soddisfazione.
3 luglio:
La notizia c'era, strisciava tra i tavoli, impensieriva più d'uno. Il tempo
sarebbe cambiato. Poche ore al mattino poi un brutto cattivo, senza fronzoli o
finestre. Partiamo al mattino presto coi fulmini che illuminano il fondovalle.
La tempesta flagella la pianura risparmiandoci. Il Balmenhorn ci occupa solo
pochi minuti, ci alziamo fino al Corno Nero per poi proseguire fino al
Ludwigshohe seguendo le tracce fonde del giorno prima. La Parrot possiamo solo
immaginarcela, avvolti come siamo dalla nebbia, la traccia ci riporta in basso,
verso il Colle del Lys. Ci affidiamo a queste impronte che man mano spariscono
inghiottite dalla tempesta. Avanziamo a fatica, col dubbio sempre vivo. Le voci
che sentiamo ci rassicurano, sono quelli che scendono dalla Margherita. Ci
scambiamo volentieri le tracce, noi su e loro giù. Quando il muro finisce ed
incomincia a spianare, la traccia è sparita Sono sicuro che la capanna
Margherita è lassù, ma credo la vedremo soltanto quando ci sbatteremo il naso.
Niente previsione fu più azzeccata.
Sono solo le 7.30 e non ci rimane che chiedere un letto per continuare la
nostra dormitina.
4 luglio:
Durante la notte mi sveglio spesso, è troppo caldo. Fuori la bufera imperversa,
ma il meteo da bello per domani. Alle quattro la sveglia suona, ma di comune
accordo preferiamo tirare diritto. Il vento, fuori, fa sentire il suo lamento.
Verso le cinque e trenta decidiamo di mettere il fuori il naso, il cielo è
terso e le nuvole si sono dileguate. Ci infiliamo tutto quello che abbiamo
addosso e partiamo alla volta della punta Zumstein. La cresta che porta alla
Dufur è tutta smaltata di neve fresca. Scendiamo circospetti fino alla forcella
in precario equilibrio su una cresta che si fa sempre più sottile. Le rocce
sono più sicure e veloci. La cima è un bel palcoscenico sul gruppo del Rosa.
Mirko individua un canale per scendere al Silbersattel e continuare lungo la
cresta, orlata da grandissime cornici che incombono sulla parete est, e che
porta alla cima Nordend.
Le dieci e trenta ci vedono con una fetta di crostata a testa, pronti ad
intingerla in un the bollente, accompagnate da un sorriso della simpatica
Nadia, gestrice della Margherita.
Le curve si susseguono, lasciano un disegno sulla neve vergine, mentre ci
abbassiamo, sci ai piedi, lungo il Grenzglescher. Alcuni crepacci ci obbligano
a delle peripezie, salti e diagonali veloci per non farci inghiottire.
La telefonata non è delle più belle. Gianluca Tognoni, il nostro meteorologo di
fiducia, ci avverte che domenica e lunedì il brutto tempo non lascerà spazio a
niente. Il programma così salta. Niente Obergabelhorn e Zinalrothorn,
l'alternativa è fermarsi al Monte Rosa Hutte e tentare domani il Rimpfischorn e
lo Strahlhorn lungo il Gornergletscher.
5 luglio:
Oggi la tappa è di quelle veramente lunghe, solo per arrivare a imboccare il
Gornergletscher ci porta via più di un'ora, gli sci rimangono sulla schiena
mentre risaliamo fino allo Stokhornpass. Questo ghiacciaio è infinito. Dietro
di noi il Cervino si è coperto velocemente, un fronte di nuvole avanza veloce.
La paura di rimanere intrappolati con la nebbia in questo lenzuolo bianco ci fa
desistere.
Per oggi può bastare, Zermatt ci aspetta con una doccia calda. Mentre scendiamo
lungo il sentiero accompagnati dal verde e dalle comitive di turisti, la
giornata si fa beffa di noi regalandoci una giornata stupenda.
6 luglio:
Pioggia
7 luglio:
La pioggia è terminata, un pigro sole fa capolino tra le nuvole ancora gonfie
d'acqua. E' già il tardo pomeriggio, quando, ancora gonfi di dolci e
cappuccini, ci avviamo pigramente alla volta della Berggasthaus Flue ( 2618m).
Non abbiamo fretta, basta arrivare per ora di cena.
Le svolte nel bosco si susseguono lente ,mentre ci avviciniamo a Findeln. Le
nebbie salgono veloci dal fondovalle, ci avvolgono in un colpo di mano
trasformando il paesaggio. I miei compagni sembrano fantasmi che appaiono e
scompaiono avvolti da un lenzuolo bianco di fitta umidità.
Delle pecore stranissime, dalla lana bianca e riccia con un muso nero
buffissimo, ci osservano stancamente. Proseguiamo, ora, su un terreno
pianeggiante con gli sci che ondeggiano sui nostri zaini al ritmo del nostro
passo, mentre le foschie si dissolvono in silenzio.
Il Fluealp è la, sullo fondo, stagliato coi suoi profili regolari, contro un
cielo blu. Le imposte rosse danno quel qualcosa di” svizzero”al tutto.
Gli altri avventori, sdraiati sulle panche in compagnia di una birra,
rigorosamente media, ci guardano stupiti. Gli sci fanno proprio colpo.
Il buon odore di "antico", ci accompagna lungo le vecchie scale consumate che
portano alle camere.
E' tutto un susseguirsi di immagini e cimeli carichi di storia e gesta. Sembra
quasi di viaggiare a ritroso nel tempo, alle vita dei pionieri di questi monti.
La cena, non poteva essere che all'altezza della situazione.
8 luglio:
La sveglia mi distoglie da un bel sonno. Fuori è ancora buio fondo. Il rito
della colazione è più o meno lo stesso: thè , pane, burro e marmellata. Cambia,
casomai, l'ordine di consumazione.
Franco è sempre il più impaziente, con lo zaino pronto in spalla, si aggira
intorno al tavolo a sollecitare la partenza di due tranquilloni.
Il sentiero, lungo quanto il faro luminoso delle nostre luci, ci porta
attraverso un pascolo di erba ancora bagnata. Gli scarponi se ne stanno in
bell'ordine sullo zaino, mentre le scarpe da ginnastica combattono con l'acqua
delle pozze che incontriamo lungo il nostro cammino. E'un gioco a chi è più
veloce, le scarpe a scappare o l'acqua ad entrare.
In alto intravediamo delle piccole luci, si muovono a zig-zag, sinonimo di
ripido lassù. Il passo è buono, anche se l'aria si è fatta frizzante. Il giorno
avanza, mentre superiamo le “piccole luci”, e la nostra cima comincia a farsi
notare.
Il vento, ora , si è fatto forte e freddo. Ha raccolto a se le brezze delle
valli convogliandocele nella schiena. I guanti leggeri non bastano più, le
moffole hanno il loro bel da fare per riportarmi una temperatura decente alle
mani. Anche Mirko e Franco combattono la loro battaglia personale col freddo.
L'ultimo canalino di neve e roccia ci conduce alla cima del Rimpfischhorn
(4198m). Sono solo le 7.30 ed il sole non riesce a scaldarci. Raggiungiamo i
nostri sci, lasciati un centinaio di metri più in basso. La sciata fino
all'Allinpass è bella, nonostante il vento ci turbini intorno in compagnia di
duri cristalli di ghiaccio che lasciano il segno sui nostri visi arrossati.
Depositiamo i nostri pesanti zaini e partiamo alla volta dello
Strahlhorn(4128m). La salita è veloce, 900m di semplice pendio. La solita pacca
sulle
spalle, il rito della cima , e poi giù su una neve questa volta più dura.
Qualche centinaio di metri più sotto, l'elicottero rosso della Rega, combatte
la sua personale battaglia col vento. Una lotta quasi impari, con un elemento
così in forza oggi. Un alpinista, colto da malore, se ne sta sdraiato sulla
cresta. I suoi compagni lo circondano creando non poco scompiglio nelle fasi di
soccorso.
I nostri zaini ci aspettano sornioni, se ne stanno mezzi sommersi dalla neve
spazzata dal vento, in attesa di un passaggio. L'acqua della borraccia è
ghiacciata ed il panino duro come un sasso, non resta che accontentarsi. Ancora
seicento metri e saremo in cima all'Alllinhorn (4027m). Il canale di neve e
roccia, che porta in cima, è meno impegnativo del previsto. I ramponi mordono
saldamente la neve ghiacciata e le rocce smaltate.
L'ultimo pezzo, un centinaio di metri, lo facciamo in compagnia delle cordate
che salgono da sud. L'invidia, credo, sia molto grande, da parte di quanti ci
osservano calare a valle comodamente agganciati a due paia di sci.
9 luglio:
Il Bergsteigerheim Langflue ( 2870m) non è certo il rifugio più bello che
abbiamo visitato, l'atmosfera di “arrivo della funivia” si sente. Incontriamo
tre italiani, uno di Lodi e due di Bassano. Michela, una graziosa insegnante di
matematica, ci chiede, tra il nostro più grande imbarazzo, una dedica. Anche
loro saranno della partita con l'Alpubel ( 4206m).
L'alba ci coglie sull'ultimo ripido pendio, il vento non si è calmato poi molto
da ieri.
La cima, un bel "polentone", non ci riserva grandi sorprese se non un magnifico
panorama sulle cime salite ieri. In basso, lungo le valli, la notte
serpenteggia ancora, mentre ci avviamo verso il Mischabeljoch. La cresta che
scende al passo è ancora inviolata, la troppa neve ha scoraggiato chiunque.
Scendiamo con circospezione, attenti alle grandi cornici che sporgono nel
vuoto. Qualche salto di roccia ci obbliga ad arrampicate o deviazioni.
Il bivacco (3851m) è una struttura sospesa in aria, una palafitta d'alta quota.
Dei possenti pali di ferro tengono in aria questa esile figura di lamiera, al
riparo di una costola rocciosa.
Proseguiamo oltre, le rocce della cresta sud-est che porta alla vetta del
Taschhorn (4491m), sono calde, riscaldate da un sole che ha fatto capolino da
un'oretta. Ci alziamo veloci, divertendoci, tra queste balze. La musica cambia
però velocemente, quando, ci dobbiamo spostare sul versante nord della cresta.
Un vento gelido ci tormenta, mentre le rocce lasciano il posto a cornici di
neve a sbalzo sulla parete est. Il nostro è un avanzare lento, circospetto,
alla ricerca del passaggio migliore, lungo questo chilometro e mezzo di cresta.
Alle dieci calchiamo la cima del Taschhorn, convinti che il più sia fatto.
Sbagliato! L'avventura ha inizio proprio oltre la croce di vetta.
Una lama di rasoio, che precipita verso il colle 400m più sotto, ci mostra
tutta la sua pericolosità.
E' solo un susseguirsi di rampe ghiacciate e salti di roccia, qualche calata in
“doppia”e una buona dose di concentrazione. Quando raggiungiamo il colle
tiriamo un sospiro di sollievo, ora, per lo meno si sale.
Franco, ci ricorda che proprio in questo punto, nel 2004 è sparito Patrick
Berhault, l'ideatore di questa traversata, inghiottito da una cornice. E'
triste questo momento, ognuno di noi recita in silenzio una preghiera, in
omaggio ad una grande figura sia di uomo che di alpinista.
Ci alziamo in silenzio, credo che ciascuno di noi prosegua con un fotogramma in
testa, una cornice che si spezza, una persona che precipita, travolta dal suo
stesso sogno e da una corda non legata. Ci ricordiamo sempre a vicenda che la
sicurezza è innanzitutto, ma i quattrocento metri di parete che affrontiamo
lasciano solo spazio al pericolo e vani propositi.
Sono le tre del pomeriggio quando superiamo l'ultimo tratto roccioso. Il Dom de
Mischabel (4545m) ci accoglie con la sua croce semi sommersa dalla neve. Non
ci resta che inforcare gli sci. La neve è ancora dura per via del freddo e le
gambe soffrono rassegnate le vibrazioni. Quaranta minuti dopo, una radler
media, al Domhutte affoga tutta la nostra stanchezza e tensione.
10 luglio:
Oggi non li invidio proprio, quando, alle due e trenta, gli altri
inquilini,incominciano ad armeggiare con gli zaini. Per noi sarà un giorno
tranquillo, niente levatacce o cime, solo un semplice trasferimento.
La colazione è quella delle otto, col sole che disegna l'ombra della finestra
sul nostro tavolo, dove la fretta non è di casa ed il pane sembra più fresco e
la marmellata più dolce.
La ferrata, che dalla Domhutte porta a Randa, ci obbliga ad un po' di
attenzione, anche perché gli sci non smettono mai di impigliarsi in ogni sasso.
Il sentiero è molto ripido ed i quadricipiti si lamentano, dieci ore di ramponi
hanno lasciato il segno.
I quaranta chilometri che da Randa portano a Saas Grund non fanno altro che
distenderci i muscoli. Le bici corrono spensierate lungo queste dolci pendenze,
mentre il pensiero corre alle creste di ieri.
Un Rosti col Wurstel non ce lo facciamo scappare, come non ci scappa la bella
fetta di strudel con la vaniglia calda.
Le due del pomeriggio, il sole picchia, ma è ora di metterci in viaggio. Il
Weissmies hutte ci aspetta 1200 metri più su. Il sentiero sale dolce, i larici
ci accompagnano con la loro schiva ombra mentre i rododendri ci riempiono gli
occhi del loro colore. Ci alziamo veloci al suono dei campanacci delle nere
mucche che pascolano pacifiche. Le vecchie baite, dai tetti d'ardesia,
disseminate qua e la, ci ricordano le antiche fatiche. Ci sentiamo anche noi un
po' "antichi", questo modo di spostarci e di salire usando solo il nostro
“motore”ci riporta indietro nel tempo a quando l'alzarsi rimaneva nelle gambe.
Oggi, le seggiovie e le strade rendono superfluo questo modo di andare,
facendoci dimenticare il valore ed il significato della fatica.
Sopra le nostre teste sfrecciano le cabinovie, piene di nasi appiccicati ai
vetri, e visi dagli occhi assenti, ai quali possiamo apparire come degli
stupidi vecchi nostalgici che arrancano su sentieri superflui.
Il gran vociare, che ci accoglie all'arrivo della cabinovia, ci ricorda il
parco giochi di una qualsiasi città, dove il divertimento rimane strettamente
legato al non faticare.
Ci allontaniamo in fretta da questo frastuono di grida e sferragliare di
macchine per addentrarci in questa valle del silenzio, fatta di passi e
pensieri.
L'erba sintetica ha raggiunto anche il Weissmies hutte. Un bel tappeto verde si
stende senza pudore, con le panche da festa campestre disseminate qua e là e
dove il conto lo devi saldare prima della consumazione.
11 luglio:
Il nostro dubbio era riuscire a salirli entrambi. Nella pianificazione iniziale
avevamo fatto due tappe, ma oggi, alla luce delle sgambate passate, tentare era
d'obbligo. La meteo metteva brutto il pomeriggio e quindi bisognava darsi da
fare per non beccare l'acqua.
Partenza alle quattro, superiamo subito una guida svizzera con cliente che ci
definisce subito "italian speed". Alle sei siamo già su Weissmeis ( 4023m ). Un
mare di nuvole copre le valli italiane mentre il sole fa capolino
all'orizzonte. Il freddo ha lasciato il posto ad una temperatura mite e
gradevole. Scendiamo di corsa, ad ovest nere nubi si avvicinano veloci. Il
Lagginhorn (4010m) è solo una piacevole salita su un pendio costante.
Alle nove e trenta, una grossa fetta di torta di mele affogata in un
cappuccino, ci delizia al Weissmies hutte.
Le prime gocce di pioggia ci colgono nel nostro ritorno a Saas Grund.
12 luglio:
Pioggia